CORONAVIRUS + FINANZA = PAURA

Aggiornato il: giu 22

Stiamo assistendo in questa fase della nostra vita a un evento storico che sta sconvolgendo le nostre esistenze, sta cambiando le nostre abitudini e il modo di relazionarci con gli altri: famigliari, colleghi, amici, vicini di casa, istituzioni.

Il “coronavirus” ci ha colpito come un pugno in faccia quando non eravamo pronti. Non che un pugno in faccia diventi una carezza se ce lo aspettiamo, ma almeno cerchiamo di attutirne la forza, di assorbirne meglio gli effetti dirompenti.

Eravamo tutti presi dalle nostre abitudini, dal perseguimento dei nostri obiettivi, dalla lotta col prossimo e con noi stessi. Ci stavamo dibattendo nel tentativo di reggere alla crisi economica mentre i più fortunati stavano già pregustandosi le vacanze pasquali e programmando quelle estive. A seconda dei casi stavamo amando o odiando il nostro trantran che, comunque, era la nostra comfort zone.

Improvvisamente, tutto è passato in secondo piano, superato a spron battuto dalla paura di essere contaminati dal virus e di ammalarci seriamente col rischio di lasciarci la pelle. Insomma, ci siamo resi conto di essere tutti più fragili, come fuscelli sbattuti da un vento di scirocco arrivato dal lontano sud est asiatico. Lo scirocco è un vento strano, non è teso e potente come la tramontana o tempestoso come il libeccio, ma arriva pian piano come una carezza che in realtà s’impadronisce di te, t’indebolisce e poi ti sbatte via. Vi ricordate la terribile tempesta abbattutasi sulla Riviera Ligure nel novembre 2018? Ebbene, la mareggiata è arrivata da levante spinta da un inaspettato e violento scirocco, facendosi gioco delle difese naturali schierate a protezione del Ponente.

Se volessimo fare un parallelo con quanto sta succedendo oggi, potremmo dire che il libeccio è una terribile influenza che ogni anno fa ammalare molta gente e uccide parte rilevante dei più deboli. Per questo abbiamo sempre pronto l’antibiotico più efficace e un vaccino che indebolisce l’azione del virus influenzale oltre alle nostre difese immunitarie. Lo scirocco, invece, è il “coronavirus” che arriva silenzioso e furtivo chissà da dove e perché e ti colpisce a tradimento. Non ci sono difese, non se ne conoscono gli effetti, non ci sono le cure specifiche e il vaccino è di là da venire. In più la sua azione è lunga e coinvolge moltissima gente.

Fermare l’azione del vento è impossibile, ma contro il virus avremmo potuto fare di più. Forse bastava osservare l’andamento del virus là dove aveva iniziato a colpire mietendo migliaia di vittime e affrontare il problema tempestivamente e con più serietà e consapevolezza. Però, lo scirocco sarebbe soffiato comunque dalle nostre parti, si sarebbe insinuato nelle larghe maglie del nostro modello di vita e avrebbe prodotto malattia e morte. Al riguardo, però, suona molto strano che la delibera del Consiglio dei Ministri del nostro Governo del 31/1/2020 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.26 dell’1/2/2020) abbia preso atto dei rischi per la salute pubblica connessi al Covid 19 e abbia sancito lo stato di emergenza sanitaria per sei mesi, dunque fino al prossimo 31 luglio.

Ci domandiamo perché non ci abbiano avvisato e perché non abbiano introdotto prontamente le necessarie misure di contrasto alla diffusione del “coronavirus” e abbiano aspettato più di un mese. Forse le cose sarebbero andate meglio, il virus si sarebbe diffuso con minore incisività e sarebbero morti molti meno nostri concittadini.

Dei “se” e dei “ma” sono piene le fosse, come solevano dire i nostri vecchi. E poi ora non è interessante fare analisi retrospettive e confronti statistici e gli unici flussi informativi che vogliamo vedere riguardano la flessione dei casi di contagio e delle relative morti e un’ipotesi attendibile sulla remissione del virus. In sostanza, vogliamo sapere quando si potrà ritornare a una situazione di normalità, anche se credo che tutti siamo convinti che la situazione sarà profondamente diversa da prima. Sarà una normalità decisamente meno normale di prima.

Mentre scriviamo questa nota, non sappiamo cosa il futuro riserverà a noi e alle nostre famiglie, sia per la salute sia in materia economica, né conosciamo come l’Europa cambierà. Avrà la forza e la volontà politica di rivedere le sue strategie e di rimodulare le priorità? È improbabile che le sofferenze prodotte dal “coronavirus” facciano definitivamente capire ai cittadini europei, e soprattutto a noi Italiani, che abbiamo sperato invano in un grande paese federale europeo. Qualcuno voleva farci credere che saremmo stati uniti negli obiettivi comuni e nei valori di appartenenza e che ci saremmo aiutati l’un l’altro rendendo tutti i Paesi e i loro abitanti più forti. Invece, abbiamo scoperto che l’UE (precisamente la Commissione che la governa) è solo una congrega di burocrati raccomandati, nominati dai cosiddetti “poteri forti”, interessata solo a prendere miliardi dagli stati membri per mantenere nell’agio il carrozzone e per finanziare piani di sviluppo che in realtà hanno impoverito la gente. Infatti, alla prima vera grande emergenza l’UE si chiama fuori, o meglio, approfitta della pandemia per favorire le solite lobby a prendersi i rimanenti pezzi buoni d’Italia a prezzi di saldo e non si è dimenticata di portare avanti le modifiche del famigerato MES.

Certo che per noi questo “coronavirus” e il conseguente blocco dell’economia reale è una bella botta. E anche se siamo abituati a prendere schiaffoni da destra e da sinistra, sarà dura riprendere il passo e credo che la cosiddetta classe media sarà definitivamente annientata. Chissà, forse è proprio quello che qualcuno voleva ottenere.

Lasciamo agli psicologi e ai sociologi il compito di indagare sui percorsi che stanno affrontando e affronteranno le nostre menti, la psiche individuale e collettiva e lasciamo volentieri agli economisti, spero a quelli bravi, il compito di valutare l’impatto economico del virus non solo sul PIL, ma soprattutto sugli Italiani le cui tasche negli ultimi dieci anni sono state abbondantemente svuotate da politiche errate volte unicamente a terribili e inutili austerità e al pareggio del bilancio pubblico.

In questa sede ci vorremmo dedicare a quanto avvenuto nel mondo della finanza indagando sulle cause, sui comportamenti e sulle conseguenze. Scopriremo che i meccanismi sono esattamente gli stessi. Gli stessi prodotti dal virus, gli stessi che hanno ispirato l’UE almeno dall’entrata in vigore della moneta unica, gli stessi che governano i mercati finanziari, gli stessi che dominano le agenzie di rating. Tutto ciò ha un minimo comune denominatore: l’assenza o la complicità delle Istituzioni che non vigilano, che non intervengono, che non proteggono i più deboli. Sembra quasi che favoriscano certi eventi a beneficio delle lobby e degli speculatori. Dunque, se così fosse, avremmo assistito al tramonto della democrazia reale sotto la bandiera europea.

Il primo anello di congiunzione tra “coronavirus” e finanza si riassume in un’unica parola: la paura.

Sembra quasi che la paura del contagio si sia impadronita delle Borse di tutto il mondo cha hanno iniziato a traballare e poi a crollare ripetutamente. Ma non era la febbre virale, era il vento della speculazione che ha impazzato a piacimento senza che i Governi e gli Organismi di controllo facessero alcunché. E così la paura si propaga, esattamente come il nostro virus. Gli speculatori senza scrupoli, aiutati dalla mala gestio dei fenomeni e delle regole, sfruttano l’incertezza e la paura che il “coronavirus” ha prodotto nei mercati finanziari rendendoli ancor più instabili e volatili. Così sono potuti intervenire pesantemente sui titoli quotati e sugli indici di borsa creando ulteriore panico nei poveri risparmiatori, vere e proprie vittime sacrificali del sistema. Questi signori, per attuare i loro sordidi obiettivi di lucro, non sempre utilizzano rilevanti masse di denaro (che peraltro hanno a disposizione), ma adottano la tecnica dello “short selling”, cioè la vendita allo scoperto. Di cosa si tratta? È semplicissimo, vendono titoli che non possiedono realmente nella speranza (anzi nella certezza!) che il prezzo scenda così da riacquistarli in futuro a un prezzo più basso ottenendo, ovviamente, enormi profitti.

Si tratta di prassi molto diffuse che potrebbero essere contenute o impedite, ma le autorità di controllo dei mercati borsistici a volte intervengono in ritardo o non intervengono affatto, come nel caso dell’UE e della Consob, consentendo che le perdite si amplifichino e si sviluppi ulteriormente il clima di incertezza e di paura su cui la speculazione può sguazzare allegramente.

Quindi, siamo partiti dalla paura e dall’incertezza prodotte dal “coronavirus” e attraverso un plastico flusso circolare siamo approdati alla paura e all’incertezza che hanno fatto perdere alle borse miliardi di euro. O per meglio dire, hanno fatto perdere ai risparmiatori quei miliardi di euro che hanno guadagnato gli speculatori.

Shortare (in gergo sta per short selling), quindi, è una tecnica che punta sulle perdite, sui ribassi e scommette contro i mercati. Per fare un esempio, in questa fase d’incertezza dei mercati, il re degli hedge fund, Ray Dalio, sta scommettendo contro le borse europee. La sua società Bridgewater Assosiates ha messo sul piatto una montagna di denaro: 10 miliardi di dollari che utilizzati a leva producono una forza d’urto pazzesca e inarrestabile.

Nell’altalena della borsa entrano in gioco fattori che non hanno nulla a che fare con l’economia reale, ma semplicemente si legano a impressioni, a sensazioni, a paure, a ipotesi catastrofiche, piuttosto che a previsioni ottimistiche. Emerge su tutti il “fattore paura” che è un meccanismo di difesa che consente agli esseri umani di proteggersi da eventi negativi e per questo ci fa stare in allerta. La paura si lega principalmente alla salute (nostra e dei nostri cari) e al denaro e a come quest’ultimo viene messo al sicuro. Ne può derivare una banale ma condivisa regola generale: “chi possiede la salute e il denaro ha un grande timore di perdere sia l’una sia l’altro”.

In conclusione, stiamo vivendo tutti in una situazione alquanto problematica.

Abbiamo perso di vista gli abituali punti di riferimento, lo stress è la condizione di vita quotidiana, anche se non operiamo in borsa. L’incertezza del domani predomina sui nostri pensieri e il patrimonio delle esperienze acquisite ha smarrito il ruolo di sostegno e autostima, ma viene inquadrato in una cornice fatta solo di problemi. In psicologia tale fenomeno è chiamato “effetto framing” che ci induce a scomporre i termini dei problemi maggiormente influenti, isolando quelli che vengono ritenuti rilevanti. In altri termini, se ci poniamo di fronte a problemi sostanziali quali quello della tutela della salute e dei risparmi, decidiamo in modo diverso a seconda dell’inquadramento adottato e spesso assumiamo atteggiamenti non idonei al tipo di scelta da fare. Il problema dell’incertezza è quindi centrale nei processi decisionali, dal momento che le conseguenze delle azioni che compiamo spesso si prolungano nel futuro e non possiamo essere sicuri che l’esito sperato si verifichi realmente.

E noi stiamo vivendo realmente questa fase.

Il contesto generale di paura generato dal “coronavirus”, il linguaggio utilizzato e come questo sia stato presentato dai media, generando a volte confusione e le informazioni errate e/o incomplete in circolazione ci hanno spesso indotto a considerare un solo punto di vista: “la sicurezza”. In pratica, la diffusione epidemica del Covid 19 ha messo in discussione parte rilevante dei principi e delle priorità della nostra vita. Oggi i nostri pensieri si rivolgono quasi unicamente al calcolo delle probabilità di contrarre il virus e tutto il resto passa in secondo piano. Ma purtroppo l’incertezza rimane dominante in quanto sappiamo che per ora non esistono cure affidabili e non sappiamo prevedere l’evoluzione del contagio e della malattia, quindi non siamo in grado di attivare idonei meccanismi di difesa e protezione. E la stessa incertezza domina il campo dell’economia e del lavoro, perché le misure draconiane adottate dal Governo hanno di fatto bloccato quasi tutte le attività mettendo in crisi le imprese e il mercato del lavoro. E non sono certo le mancette mal assemblate del decreto “cura Italia” che risolveranno il problema. Evidentemente, questo scenario negativo fa comodo a qualcuno.

Possiamo concludere con un aperto richiamo alle scienze umane che ci possono aiutare a comprendere da un lato le dinamiche, anche di comunicazione, legate alla diffusione del “coronavirus” e dall’altro i comportamenti degli attori che operano all’interno del complesso mondo finanziario.

Infatti, non sempre la scienza e gli strumenti più evoluti danno tutte le risposte. E nel caso del “coronavirus” la posizione degli esperti non è per niente unanime. Certo trovano più spazio, come sempre, le posizioni degli allineati, ma parte della scienza medica ha idee diverse. Considerazione, questa, che nulla può nei confronti delle molte persone decedute, qualunque sia la causa effettiva della morte. È triste pensare, peraltro, che costoro sono costrette a morire da sole, senza nessun famigliare al loro capezzale che gli stringa la mano nel momento dell’addio.

I nostri vecchi ci incitavano a farci delle domande su quello che ci accadeva e non era importante che talvolta non avremmo trovato risposta, era essenziale che ci ponessi i quesiti e ragionassimo con la nostra testa.

Ed è proprio questo che invitiamo a fare.

Non sappiamo bene da dove venga e dove vada il “coronavirus”, ma non crediamo integralmente alla narrazione che ne viene fatta sia dai main stream sia dai vari siti internet e blog.

Allo stesso modo, non ci fidiamo di come sono gestite le Borse e, soprattutto, dei principali operatori e speculatori e ancor meno delle Agenzie di Rating.

E tutto questo non perché siamo diffidenti o dei complottisti, come oggi va di moda definire chi canta fuori dal coro, ma perché ci siamo fatti delle domande e non abbiamo ancora trovato risposte.

La redazione di O.P.E.C. FINANCIAL

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